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Il primo numero di Kronstadt

Questa è proprio la prima volta. Dopo tre zero e cinque speciali siamo pronti per il ballo delle debuttanti e per il vasto mondo. Lì dove tutti possono vedere e non ci si può nascondere. Dove si deve raccontare quello che succede. La polizia fuori da una discoteca una qualsiasi domenica pomeriggio. La SNIA. I ritardi dei treni. E il teatro dov’è. Le feste al Motoperpetuo e quelle in Aula Magna sotterranea. Per fare informazione. Per spiegare cos’è successo in questo paese, in questa città e cosa sta succedendo ai ragazzi precari, ai tramvieri. E quanti clandestini ci sono e perché ci sono. Per raccontare dei ragazzi che scrivono, che dipingono, che taggano, che suonano e che vogliono scrivere. E tutto questo perché fare la rivoluzione (borghese o proletaria che finisca per essere) è più difficile che starne a parlare, pensarci su e guardarsi l’ombelico. Perché è più eversivo raccontare un processo che spedire pacchi bomba insurrezzional-carnevalisti. Perché non se ne può proprio più di guerra e pace, di destini progressivi e luminosi, di neolaburisti e neoliberisti, perché non è possibile ascoltare e vedere così tanti cialtroni e i giornalisti diplomati, buoni quelli. Perché Pasolini, Calvino, Pavese, de Andrè ci mancano. Come Falcone, Borsellino, Cassarà, Livatino, Dalla Chiesa, La Torre, ma per loro sappiamo con chi prendercela. Come per tutti quelli da Piazza Fontana a Piazza Alimonda. Perché la memoria è importante e chi è morto sessant’anni fa merita il nostro ricordo. E la cultura ancora di più. Perché la rivoluzione (quella del 1688, del 1789, del 1917) è tutti i giorni, è faticosa, bisogna pure saper leggere, ma molto, molto più divertente.

Pubblicato il 8/6/2004 alle 16.23 nella rubrica editoriali.

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